sabato 26 luglio 2014

Ecco l'ebook

Per chi aspettava l'ebook... per la prima volta emozionato sono pubblicato. Niente di grave disse il medico mentre auscultava l'ego rigonfio del povero scrittore in erba...http://blbl.cr/07abdb

lunedì 20 gennaio 2014

21/12/2013 Kilambo l'aeroporto

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Africa2014, a set on Flickr.
20.17 Questa vita tutta nuova per quanto affascinante non è esattamente leggera. Un un'ondata enorme mi ha investito e sono stato catapultato in un universo diverso. La lingua, il cibo, il clima, l'ambiente naturale, l'ambiente umano tutto è diverso ed a volte irreale. Le zanzare. Sono ovunque e pungono chiunque dal tramonto all'alba. Strane sensazioni si alternano dentro di me e passo dal sentirmi a casa all'essere un cubetto di ghiaccio italiano dentro lo shaker di un cocktail africano.
Come logista sono coordinatore dei trasporti. Il venerdì arriva l'aereo con i rifornimenti. L'aeroporto di Walikale non è un aeroporto. E' una strada asfaltata lunga abbastanza per atterrare. Il posto si chiama Kilambo e vi si arriva dopo una mezz'ora. Con l'aereo trasportiamo soprattutto medicinali ma anche persone e cose. Quando arriviamo in zona la voce del pilota esce in mezzo ad un gracchiare confuso dalla radio VHF. Alfa, Charlie, Echo(ACE è il nome dell'aereo) is approching Walikale, ready for landing. Mi ritrovo sulla faccia un espressione alla Clark Gaible. Inevitabile quando nel bel mezzo della giungla premi il pulsante della radio per parlare con il pilota dell'aereo in avvicinamento: “Mike, Sierra, Foxtrot landstrip in Walikale the situation is Oscar Kilo”. Dopo qualche minuto lo vedo passare nel cielo sopra di noi. La strada fa una curva non troppo pronunciata ma sufficiente perché la vegetazione si frapponga fra noi ed il punto in cui l'aereo atterra.Il risultato è che non lo vediamo atterrare ma arrivare sulla strada come niente fosse. Se gli aerei potessero fischiettare disinvolti questo sarebbe certamente un maestro. La parte più singolare è subito dopo l'atterraggio: visto che non è provvisto di retromarcia e deve fare manovra c'è un unica soluzione. Spingere. Tutti insieme giriamo l'aereo. A mano. Poi scarichiamo gli scatoloni di medicinali e vaccini e carichiamo le casse vuote che tornano a Goma. Diamo il benvenuto ai visitatori. Karibu sana! Oggi però c'è un problema. Le nuvole si sono abbassate e dal gracidio della radio escono le parole “bad weather report”, cattivo rapporto meteo. Le nuvole troppo basse tolgono visibilità ed atterrare diventa rischioso. Rientra a Goma. Rimaniamo in stand-by. Il vento può cambiare velocemente, la pressione si abbassa e le nuvole spariscono. Non sarebbe la prima volta. Dopo pochi minuti di attesa ecco la conferma, l'aereo può ripartire ma solo dopo i dovuti controlli ed il rifornimento di carburante. Ci vuole circa un'ora prima che possa essere di nuovo qui. Aspettiamo. Nell'attesa mi guardo attorno ed i bambini si radunano incuriositi come sempre dai musungu. I bianchi. Hanno paura dell'uomo bianco come i bambini di casa nostra hanno paura dell'uomo nero e questa specie di relazione negativo-fotografia delle paure mi fa sorridere. La curiosità vince la paura e si avvicinano, mi salutano con il piccolo pollice alzato a dire che sono contenti di vedermi li in mezzo a loro. Facciamo una foto. King il nostro operatore di comunità mi aiuta con lo Swahili che il francese è sconosciuto ai più piccoli. Sono contenti di scherzare e parliamo solo a gesti e sorrisi, strette di mano ed incomprensioni. Sono circondato da piccoletti tutti neri dai grandi sorrisi e sono bambino anch'io. Li abbraccio per la foto e la faccia mi si stira tanto nel largo sorriso che mi faccio un lifting di felicità. Il più tosto di tutti è il piccolo Bartok. Che ha cinque anni e mi guarda con aria matura e la sfida negli occhi che sembra dire non mi fai paura caro il mio ricco e potente uomo bianco, io sono forte del mio orgoglio di uomo e non ho paura dei musungu. Poi cantiamo. La canzone di Msf in Swahili serve a spiegare chi siamo e cosa facciamo in RDC. Quando King li fa cantare tutti insieme mi emoziono. E' magnifico sentirli cantare all'unisono di Msf e battere le piccole mani a tempo. Il tempo del gioco come sempre dura poco. La radio comunica l'aereo in arrivo. Preparativi, carico, scarico e saluti. Grazie. Base rientriamo.

lunedì 6 gennaio 2014

16/12/13 – Walikale


19.03 La prima giornata di intenso lavoro sul terreno è finita. Ho molto da imparare in questa nuova realtà. Un universo intero di diversità. Il clima, le piante e gli animali, gli insetti, il caldo, la cultura, le persone, il cibo, la lingua, tutto. Chiedo, domando, ascolto, scrivo. Come da copione, il principio fa sospirare. In mattinata la visita all'ospedale. Sono con Raschid lo specialista Water and Sanitation. Mi spiega nei dettagli il progetto. E' preparatissimo Rashid ed è molto rispettato dalle persone che gli si avvicinano con deferenza anche perché è in mia compagnia. Le latrine costruite e quelle da costruire, i pozzi bianchi e neri, le fosse biologiche, la bonifica del cortile, la ristrutturazione del lavatoio e della cucina, la riparazione dei bagni e delle docce, i reservoires e i punti d'acqua per il lavaggio. La lunga chiacchierata fa un po' di luce sui tanti progetti in essere e in qualche modo mi regala un sorriso. Ci sono ancora tante cose da fare ma quello che vedo in movimento è un lavoro bello ed importante che porterà salute vera, concreta alla gente di qui.
L'ospedale di Walikale è l'unico in un territorio grande come la Lombardia. Non è paragonabile agli ospedali europei: non ci sono finestre, non ci sono porte, non c'è televisione ne campanelli, a volte non ci sono nemmeno i dottori. Tutto è complicato in Congo ed Msf aiuta l'ospedale statale a funzionare sotto diversi aspetti. I lavori strutturali sono la parte logistica che mi riguarda da vicino poi c'è il lavoro dei medici ed il rifornimento di farmaci. Il tutto in modo assolutamente gratuito per i pazienti(non lo stesso fa lo stato). In mezzo alle tante difficoltà di questo povero ospedale c'è un posto meraviglioso: il reparto per la cura della malnutrizione. Nessuno si augura di vedere bambini denutriti ma poi sono una meraviglia per quanto velocemente si riprendono e ricominciano a sorridere. Passo nel corridoio, li vedo sui letti insieme alle mamme e i loro grandi occhi di bambino mi accarezzano. Un momento bellissimo fatto di silenzi e sorrisi. Un momento che mi ricorda perché sono qui. Mi accuccio a lato del letto ed accarezzo le guanciotte della piccola che mi sorride timida. Vorrei dirle qualcosa, scherzare come faccio sempre con i più piccoli ma come quasi tutti i bambini parla solo Swahili e il francese arriverà solo fra qualche anno. Un ultimo sorriso ed una carezza sono tutto quello che posso dire. Mi avvio verso l'auto per tornare alla base. In pediatria una donna piange ed urla disperata. Chiedo all'infermiera. Mi spiega che ha perso il figlio. “Molte complicazioni” dice e le sue parole rimbalzano sul petto e cadono sul pavimento logoro. Sono dispiaciuto ma dopo tutto sono cose che succedono e sapevo che le avrei incontrate. La morte fa parte della vita e cosi sia. Continuo la mia intensa giornata di lavoro fra un'informazione ed una domanda, un controllo ed una lettura. Arriva la sera che non me ne accorgo preso come sono. Lo staff nazionale se ne va alla spicciolata e l'ufficio si svuota. Quasi all'improvviso mi ritrovo solo e sento un'eco lontana. Non viene da fuori, viene dal cuore e dallo stomaco e rimbalza dentro la testa. Mi pare di sentirla davvero, è l'eco della disperazione. E penso che il dolore di una madre non ha razza ne colore, è il dolore di tutta l'umanità. E le grida di madre sono lo sfondo nell'immagine di bambino immobile che non respira. Quando la mamma gli tocca la testa volta la faccia come un piccolo manichino mollemente inanimato, il grido sale acuto ed accompagna la spettralità di un momento che spacca il cuore come una pietra. Quell'immagine, quel grido sono qui stasera dentro l'ufficio vuoto. Memento fermo nel tempo che mi porto addosso. Una cicatrice sul cuore, un tatuaggio nel cervello. Sapevo che sarebbe successo come so che succederà ancora. La gente negli ospedali ci muore e non c'è nulla ch'io possa fare se non continuare a lavorare per quei bambini che continueranno a sorridere. Molto più di una cura per la tristezza, molto più di un rimedio per le brutture del mondo. Sono la bellezza, la poesia, l'essenza della più pura, cruda, incontaminata, bellissima umanità. Sono i figli della vita che ci guarda con occhi di bambino.

giovedì 2 gennaio 2014

8/12/13 – Goma


Mi alzo dopo una nottata difficile. Pensavo di essermi già abituato al clima e l'inquietudine del continuo svegliarmi mi ha sorpreso. Sono stanco ed è mattina. Poco male. Ho appuntamento per un paio di briefing e nulla più. Oggi è domenica. Domani è il mio ultimo giorno a Goma prima di volare a Walikale. Volare si. Usiamo un piccolo aereo per atterrare sull'unica strada asfaltata del paese una volta a settimana. L'aeroporto di Walikale è una striscia di asfalto in mezzo alla giungla. Domani il sogno di sorvolare l'Africa nera diventa realtà.
Nelle due grandi case di Msf a Goma vivono gli espatriati che lavorano nell'ufficio di riferimento del Nord Kivu e qualche ospite di passaggio come me. La città è la capitale regionale e un punto strategico e di confine. Polverosa e caotica mi ricorda i panorami urbani sudamericani con le stesse moto cinesi e indiane che sfrecciano in sciami. Ammassate una sull'altra, sempre cariche di persone e cose, sempre suonando il clacson. Sorpassano ovunque sfiorando tutto e tutti nonostante le strade distrutte dalla pioggia tropicale e dalla mancanza di manutenzione. Mentre la Toyota sobbalza fra una buca e l'altra sullo sfondo lo sguardo mette a fuoco il negozio del gestore telefonico. Tigo, dice la grande scritta in bianco, nitida sullo sfondo viola pulito e ben tenuto. Le insegne si fanno con la vernice e non consumano l'elettricità che non c'è. Svettano sul panorama di degrado, polvere, crolli, decadenza. Uniforme decadenza. Le facce scure dei passanti sono dure nei lineamenti aggrottati. Camminano sui calcinacci sparsi ovunque che sono le macerie dell'umanità, cercando di non cadere. Nel mezzo dell'ingorgo un giovane uomo cammina lungo la fila di auto in attesa con le braccia al cielo, mostrando il dito medio. Chiedo al nostro autista se il dito medio qui ha il significato che conosco e la risposta è si, lo stesso fanculo. L'ingorgo riparte e noi con lui, superando il grande incrocio lo rivedo, a lato della strada ancora con il dito medio di entrambe le mani alzato in direzione delle auto che passano lentamente. Non capisco e chiedo che cosa significa. Eric, il nostro autista, mi spiega che sono Enfant de rue, ragazzi di strada. In strada ci vivono, dice e non sono gentili. Il mezzo sorriso sottolinea l'eufemismo. Non sono gentili. Vivono senza una casa per le strade di Goma e sono incazzati, sempre. Lo sarei anch'io penso. Le strade di questa città hanno sconosciuto e conoscono la peggiore violenza. Il disprezzo per la vita è colato, penetrato nella terra insieme al sangue dei morti uccisi dalle lotte di potere che quasi ininterrotte si susseguono da quando re Leopoldo II di Belgio ha deciso che questa terra e le sue ricchezze erano cosa sua. E' un ragazzo di strada e manda a farsi fottere il mondo, solo contro tutto e tutti, a volto scoperto. Quasi lo ammiro, di certo non lo invidio.

giovedì 12 dicembre 2013

Caramelle per l'anima

Sono felice nelle budella. La felicità ha la forma di una mail. Il mio breve racconto Viaggiare viaggiando ha vinto il secondo premio al concorso di scrittura di Blablacar.it. Per la prima volta un mio scritto riceve un premio ed io sono felice come un bambino rimasto solo nell'unico grande negozio di caramelle di tutta la città.

Viaggiare viaggiando.

Il sole è brillante, l'asfalto bollente. Fine luglio milanese caldo e afoso.
L'utilitaria bianca sbuca dall'angolo in fondo alla via. Scendono, ci presentiamo, ripartiamo. Christine è una italo-francese sui cinquanta. Rilassata e paciosa con un sorriso largo ed accogliente. Helen è tedesca, 27 anni, slanciata, il viso delicato ed armonioso incornicia il profondo blu degli occhi grandi. Vive in Cina ed è fidanzata con un italiano di origine pakistana. Adoro la diversità e sono già innamorato di questa donna minuta che vive e si divide fra due continenti lontani di chilometri e passioni.
La lingua franca è l'inglese. Christine riposa sul sedile posteriore. Sono curioso e mi tuffo nella voglia di raccontare. Dentro la piccola utilitaria vedo la Cina. Dipinta e tratteggiata sul parabrezza, scolpita nel cielo, disegnata nei riflessi dello specchietto retrovisore.
Helen lavora come ricercatrice all'università di Shanghai. Dipartimento di sociologia.
Sono a Shanghai ed il traffico assassino e spregiudicato vortica, puzza e mi fa girar la testa. Investe un poveraccio in bici e dopo averlo insultato sgomma e sfreccia via. Ecco vedi l'arricchito, l'eroe del miracolo economico che sputa sulla vita. Siamo in riva al lago. Sta affogando e nessuno l'aiuta. Un peruviano si butta. Gli altri no. Penserebbero che è colpa tua se l'aiuti, non lo fare. Il lago immaginario davanti a me si ghiaccia come il mio cuore pensando alla tragedia culturale che si portano appresso. Dentro l'autobus affollato l'umanità è rumorosa e nessuno si cura di non recar danno, disturbo o fastidio. Faccio quello che mi pare, sembra urlare il ragazzo vestito alla moda con lo smart-phone super moderno segno distintivo da cittadino della grande metropoli, dove la bocca sta nascosta sotto la mascherina. Sempre. Non si può vivere a Shanghai se non hai la mascherina. L'aria è talmente inquinata da oscurare il cielo. Non ci si abbronza. A Shanghai non c'è il sole. È coperto dallo smog. Incredulo. Ti prego ora raccontami qualcosa di bello dell'immensa Cina. Le parole cadono lentamente come granelli di sabbia dentro ad una clessidra di curiosità. Paesaggi lontani sono un'immensa cartolina di colori e sfumature, suoni ed odori che passano e svaniscono. Gli occhi curiosi e luccicanti di questa mia compagna di viaggio lasciano intravedere il suo mondo, mentre mi racconta e si racconta lievito ed esco dalla scatoletta su ruote per volare sopra i cieli sconfinati della Cina. Mi metto la mascherina anti-smog e soffro del rumore del traffico asfissiante ma un attimo dopo sto ammirando il paesaggio ad acquarello in riva al lago, colorato dallo sbocciare dei mille fiori e profumi. Sono in un ingorgo di auto puzzolenti trasformato in un oasi di meraviglia con il viaggiare del cuore e della mente. Quando arriviamo mi spiace salutare le compagne del viaggio di un giorno. Grazie. Abbi cura di te. Un abbraccio di sconosciuti. Un momento di disinteressata, nuda, umanità.

domenica 29 luglio 2012

Giorno 134 – Spagna


4.31 La tua bellezza mi abbaglia e mi acceca. Mi ritrovo muto a guardarrti come un povero pazzo, un'idiota umiliato di fronte alla grandezza del mondo. Non so dire dello struggimento nel profondo. Una goccia nell'oceano, un granello nel deserto, un fiocco che si posa sulla distesa artica. Ti appartengo, fa di me ciò che vuoi. Con te, per te, essere uno nell'immensità dell'umanità.

6.20 Costa fatica il fuso orario. Accendo la luce e scrivo. Una piccola poesia d'amore spagnolo ripensando a quella splendida ragazza che l'anno scorso mi concesse l'onore di un passo doble alla festa di Ituero. La prossima notte la dormirò nel mio letto a Brescia. Surreale. Dopo tutti questi mesi il viaggio sembra già corto, perso nei meandri della memoria. Curioso di capire se lo sguardo sul mondo è cambiato al punto di tornare a vedere la bellezza per quelle strade che da anni mi appaiono cupe, grigie, agonizzanti nella loro ignorante immutabilità. Feroci e selvaggiamente indifferenti sanno regalare momenti sublimi, ma la prospettiva non è mai cambiata. Sempre verso il basso di una morte apparente dirige lo sguardo la gente, meschinamente.

10.30 Un po' di paranoia da perdita dell'autobus che accumula minuti di ritardo. Quando cominciamo a pensare alle alternative appare all'orizonte. Ancora non posso credere che fra qualche ora sarò in Italia. Voglia di tornare a parlare italiano ma anche di continuare a viaggiare. Musica nelle orecchie sull'autobus comodo e condizionato. Guardo la Castiglia passare.
12.47 Madrid Barajas, in coda per il check-in dell'ultimo volo di questo mio lunghissimo viaggio. L'immaginario prende i contorni di un sogno lungo una notte, un momento altro di profonda diversità, la materializzazione di un universo dove ho vissuto tante vite, dove sono stato, dove mi sono reincarnato in mille personaggi tutti diversi ed uguali, ognuno con le sue idee e prospettive, ognuno con il suo cammino da percorrere. Le mille strade si intrecciano ed allungano nella ricerca di un percorso comune, nella narrazione delle storie che raccontano i tanti me stesso, decostruiti e ricomposti, come le dune di un deserto mosse dal vento della vita. La ricchezza di un'esperienza che nella memoria della carne è breve ed intensa, lunga e noiosa contemporaneamente, in quel paradosso dei sensi che cambia l'essere e la percezione del mondo.
12.59 José e Sara come sempre stupendi mi fanno sperare di poter tornare presto da queste parti.
14.20 Fila 28 posto D. Il prossimo atterraggio è in Italia. Dentro di me si agitano l'amore e l'odio per la mia bella Italia che affonda nell'ignoranza e nella tristezza dell'egoismo ceco.
L'entusiasmo di un bambino seduto vicino è quasi commovente, ma dopo i primi due minuti mi risulta noioso quasi come le tre carampane che alla mia sinistra non smettono un secondo di parlare. La mamma nera, coi lunghi ricci corvini è bella con il lungo vestito bianco e le movenze delicate e leggere. Quasi quasi m'innamoro. È gravida di bellezza ma la piccola pancia quasi non si vede sotto l'ampia e leggera gonna di cotone.
16.05 Volo senza riuscire a dormire. Mi metto a leggere delle avventure di Alejandra.
16.50 L'atterraggio non mi piace quando, dopo il primo tocco dei carrelli, l'aereo si inclina sulla destra. Eccomi sull'italico suolo. Ora, come al solito, si accalcano tutti quanti come idioti per poi aspettare i bagagli. Prima o poi impareremo anche a metterci in fila in modo civile.
20.30 Brescia sembra quella di sempre ma la guardo con occhi trasognati. Forse la stanchezza, forse il fuso orario, forse il sogno del viaggio che mi rimane nella testa. Mi sembra durato un istante, un istante lungo una vita, un istante lungo un viaggio.
00.35 Faccio il letto. Il mio letto. Sono a casa e non è cambiato nulla ma è cambiato tutto. Sono cambiato. Leggo Pasolini. Buona notte Italia.

lunedì 23 luglio 2012

Giorno 133 – Madrid


3.10 intrappolato nella veglia. Fuso orario, cagotto e mal di gamba. Non si dorme. Esausto scrivo, ma poco. L'indicatore dell'energia disponibile è uscito dal quadro, non c'è trippa per gatti ed io non sono nemmeno un gatto.
12.14 Mentre aspetto José che si fa una doccia mi godo il sole caldo dell'estate spagnola. La brezza leggera mi accarezza e penso che potrei starmene qui seduto senza far niente per sempre. Poi mi rendo conto che sto sempre facendo qualcosa, che lo starmene fermo senza far nulla non mi appartiene.
Lo faccio solo perché mi diverto, mi dice José, parlando della gara di oggi. Tre chilometri con i pattini, cinque in bicicletta ed altri tre correndo. Ognuno si diverte come vuole. Ti aspetto qui. Il centro sportivo è moderno e ben tenuto. Passando vicino all'ingresso mi da un volantino sull'acqua pubblica ed al ritorno mi fermo a chiacchierare del 15M con Noelia. Il movimento del quindici di maggio in Spagna, conosciuto anche come indignados, è un fenomeno molto interessante. Nasce dal basso, dalle persone, dai cittadini comuni che si uniscono per rivendicare diritti e decisioni. Assemblee per informarsi, condividere, decidere. Me ne resto tutto il tempo a chiacchierare di politica, società, beni comuni e ridiamo, per non piangere, della situazione italiana. Abbiamo molto lavoro da fare.
18.03 Nella casa dei genitori di Sara penso che domani a questa stessa ora sarò a casa. Vorrei viaggiare un altro paio d'anni. Impossibile, per ora.
18.29 Il sole è alto e splende, scalda, cerco una panca all'ombra. Porto con me la strana stanchezza da fuso orario al piccolo parco giochi vicino casa. A metà fra l'intontito e il disorientato, scrivo. Il viaggio, ancora una volta, è quello che scrivo ed il ricordo del campo di lavoro dove ho conosciuto José mi riempie di gioia e di voglia di scoprire quello che mi resta di questo stupendo mondo crudele. Penso al mio prossimo viaggio con la testa che già vola e non si ferma, che non so dove andrà. Ma la domanda che torna furiosa ed imponente nella mia mente, mi chiede come poter continuare a scrivere per farne un lavoro, per farne il mio mestiere. Racconti e romanzi potrebbero essere qualcosa che mi cambia la vita e non so come, e non so quando, ma qualcosa farò. Per continuare a vivere e, finalmente, essere ciò che sono, trovare la strada in una città senza mappa, incastrarmi come un pezzo in un puzzle enorme ed uniforme nei colori, nelle forme, riconoscermi in un calco, nel museo delle cere dell'umanità, presente, passata e futura.